Semi antichi: nutrimento senza tempo per i campi e la tavola

La coltivazione di semi antichi è una pratica che preserva la sicurezza alimentare e tutela un patrimonio genetico-culturale di inestimabile valore. Noi, in particolare, ne abbiamo scelti 5 e qui, oltre a presentarteli, ti spieghiamo il perché.

 

Nei 50 ettari di terreno di cui disponiamo coltiviamo 5 semi antichi: due antiche varietà di riso – il Carnaroli e il Rosa Marchetti – insieme al miglio e ai fagioli dall’occhio. Li seminiamo in rotazione fra loro e in consociazione ad erbe spontanee, siepi ed alberi sfruttando il sovescio (di questa pratica dimenticata ma profondamente naturale e sostenibile abbiamo parlato qui).

Inoltre non utilizziamo fertilizzanti, erbicidi, antiparassitari o fungicidi di nessun tipo (neppure quelli consentiti in agricoltura biologica) ed autoproduciamo la maggior parte dei semi per essere certi di avere sempre in campo una semente autoctona e biologica.

Crediamo fortemente che la tutela e la promozione delle sementi antiche sia una scelta di responsabilità.  Non salvare questi semi dall’estinzione provocherebbe infatti la perdita di un patrimonio genetico e culturale di inestimabile valore.

 

Il senso del nostro impegno

Il quadro in cui si inseriscono i temi dell’utilizzo delle sementi antiche e della rotazione delle colture, comunque, non è tutto a tinte scure, per fortuna.
Le realtà agricole che li stanno riscoprendo sono infatti in crescita.

E, come rivelato da una ricerca di qualche anno fa della Società Italiana Sementi, rappresentano una risposta concreta “all’omologazione delle coltivazioni spinta dai moderni sistemi di produzione e distribuzione degli alimenti per rendere uniformi varietà e produzioni”.
Una tendenza, quest’ultima, che ha determinato una concentrazione delle specie coltivate che “mette a rischio sia il potere contrattuale dei produttori agricoli, sia la sovranità alimentare dei vari Paesi e dei loro cittadini”. (Fonte: La Stampa).

In assenza di varietà multiple” si legge infatti su Le Scienze “una pianta può diventare vulnerabile alle fitopatie o alle infezioni parassitarie. Nel lungo termine, le monocolture sono disastrose per la sicurezza alimentare.
Ampie distese di monocolture sono un vero e proprio banchetto per certi parassiti. Gli agricoltori possono provare a eliminarli con applicazioni generose di pesticidi, finendo per uccidere i nemici naturali dei parassiti. L’effetto netto è che i parassiti si diversificano e si diffondono ancora di più, avviando un circolo vizioso che alimenta l’uso dei pesticidi. L’uniformità genetica delle specie coltivate – e in particolare le varietà selezionate per una sola caratteristica, la resa elevata – implica anche che le piante sono prive delle proprietà che le rendono capaci di resistere ai capricci meteorologici come una pioggia insufficiente o tardiva”.

 

A proposito dei nostri semi antichi

Fagioli dall’occhio: memoria storica in campo e a tavola

Il loro sapore è inconfondibile e il loro valore storico è sorprendente. Questi piccoli semi erano presenti in Europa molto prima dell’arrivo dei loro fratelli americani, e il loro utilizzo era molto diffuso non solo nel medioevo ma anche in epoca romana, nella Grecia Antica e tra gli Antichi Egizi. La prima ricetta con i fagioli dall’occhio risale infatti al primo secolo dopo Cristo e si trova nel “De re coquinaria” di Marco Gavio Apicio.

I fagioli dall’occhio sono un’ottima fonte vegetale di proteine, hanno un potere saziante particolarmente elevato ed hanno anche il vantaggio di cuocere molto più in fretta dei più noti borlotti, cannellini o bianchi di Spagna.

Noi abbiamo scelto di includerli tra i nostri semi antichi per tutti questi motivi ma anche perché crescono in terreni asciutti dove le infestanti acquatiche – tipiche della risaia – non possono proliferare e riprodursi. Così, grazie alla rotazione delle colture, i terreni non si impoveriscono e le malerbe vengono contenute naturalmente.

 

Rosa Marchetti: un chicco di riso che è una dedica d’amore

Il Rosa Marchetti è un’antica e pregiata varietà di riso italiano introdotta nel 1972 da Domenico Marchetti e che ormai non coltiva quasi più nessuno perché è sensibile ai pesticidi e alle forti concimazioni. In più il suo fusto è molto alto e ciò la rende soggetta ad allettamenti, oltre a complicare la raccolta meccanica.

Agli inizi degli anni ’60” si legge su Wikipedia, “camminando in una delle sue risaie destinate alla ricerca, Domenico Marchetti notò alcune pannocchie che si distinguevano dalle altre. Grazie alla sua grande esperienza di selezionatore, decise di isolare quelle pannocchie tenendole in evidenza in un cespo. Il Rosa Marchetti ha infatti un’origine completamente naturale: non si conosce infatti quale sia la progenie esatta di questa splendida varietà. Negli anni a seguire portò avanti le linee di quelle pannocchie più interessanti fino alla definizione della varietà. E per l’amore che lo legava alla propria consorte la intitolò col suo nome: Rosa Marchetti.

Il Rosa Marchetti è una varietà precoce e grazie alla sua veloce emergenza dal terreno riesce a prevalere rispetto a molte infestanti. Essendo una varietà storica, ha una taglia alta ed è molto delicato.

Questi fattori fanno sì che la coltivazione del Rosa Marchetti in purezza sia molto impegnativa e possibile solo per chi ha grande esperienza nel campo della risicoltura“.

Confermiamo: coltivare il Rosa Marchetti è faticoso. Il suo sapore unico e l’aroma irresistibile però ci ripagano di ogni sforzo!

 

Il miglio: un concentrato di salute da assaporare di nuovo

Il miglio è un delizioso cereale integrale con un basso indice glicemico e innumerevoli proprietà nutrizionali.
Inoltre, come i fagioli dall’occhio, è una pianta che cresce in terreni asciutti dove le infestanti acquatiche non riescono a proliferare. La sua crescita può così avvenire naturalmente e i campi che lo ospitano possono diventare l’habitat ideale per uccelli e piccoli mammiferi.

Conosciuto fin dalla preistoria, il miglio ha per molto tempo occupato un ruolo di primo piano nell’alimentazione soprattutto in forma di polenta. Alla fine del 1300, per fare un esempio, i veneziani riuscirono a salvarsi dall’assedio dei genovesi grazie alle grandi scorte di questo cereale ben conservabile.

Oggi ormai, nelle nostre zone, sono in pochi a coltivarlo, anche perché il mais nel tempo ne ha preso il posto. Nel mondo però questo alimento sostiene circa un terzo della popolazione globale e viene largamente utilizzato soprattutto in Africa e in India.
Noi crediamo davvero che sia arrivato il mondo di riscoprirlo anche qui.

 

Carnaroli: il re dei semi antichi e dei risotti, oltre ogni imitazione

Il Carnaroli, di cui noi andiamo così fieri, è un riso dalle qualità straordinarie: tiene la cottura come nessun altro, è dolce ed è del tutto privo di quel retrogusto legnoso che altera il sapore di molti altri cereali. Non a caso è chiamato il Re dei Risotti.

Quello vero, però, che è pochissimo nella massa di risi etichettati con questa denominazione, è solo quello proveniente da semente Carnaroli certificata. Come il nostro.
In commercio infatti se ne trovano spesso varietà similari, come Carnise e Karnak, che possono essere vendute come Carnaroli ma che in realtà differiscono molto dall’originale.

Le piante, innanzitutto, resistono meglio a diserbi e forti concimazioni senza ammalarsi, e poi sono basse, non si allettano e sono più produttive. Il che vuol dire che a vendere i similari per l’originale si realizzano sempre guadagni maggiori.

Quello che la legge autorizza è a tutti gli effetti un “inganno legale” a prova di etichetta. Anche per i consumatori più attenti infatti sarà davvero difficile capire se la scatola di riso che stanno per acquistare contenga l’autentico Carnaroli oppure un similare.

Unica bussola in questo panorama disordinato: le scritte “Carnaroli da Carnaroli Pavese” o “Carnaroli Classico”, corrispondenti ai due marchi registrati rispettivamente da Coldiretti e dall’Ente Nazionale Risi proprio a tutela dei produttori e dei consumatori.

 

Conclusioni

In un mondo sempre più affetto da problematiche legate all’inquinamento di aria, acqua e suolo e alla distruzione degli ecosistemi, dove migliaia di piante e specie animali scompaiono, ognuno di noi riveste un ruolo fondamentale nel cambiamento.

Come coltivatori biologici ci sentiamo in dovere di promuovere un’agricoltura sana, sostenibile e responsabile, per il nostro cibo e il benessere di tutti, per proteggere il futuro del pianeta e del clima.
Come cittadini dovremmo tutti orientarci verso un consumo critico e informato, seguendo principi che siano altri rispetto ad una logica di mero risparmio, e scegliendo aziende che rispettino l’ambiente e le persone e si impegnino a ridurre il loro impatto sugli ecosistemi, anche attraverso il recupero di semi antichi.

Ricordiamocelo sempre: il cambiamento può germogliare nelle mani, nelle scelte e nei sogni di ognuno di noi.